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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(4)

 

Paolo ha presentato Gesù crocifisso – che appare agli uomini scandalo e insipienza – come il segno della sapienza e della potenza di Dio che salva l’uomo chiedendogli un atto di fede in lui. ora Paolo continua il suo discorso portando due esempi a conferma di questa logica di Dio che confonde il modo abituale di ragionare umano, e soffermandosi poi a parlare di una sapienza propria del cristiano maturo nella sua fede (1,26- 2,16).

«CONSIDERATE LA VOSTRA CHIAMATA, FRATELLI»

(1,26-31) Con queste parole Paolo intende dire: guardate come è formata la vostra comunità, guardatevi attorno e vedete chi ha chiamato Dio alla salvezza! tra voi ci sono ben pochi sapienti, ouomini di cultura, ben pochi potenti, ricchi di beni e di mezzi, ben pochi nobili, uomini di classi elevate e socialmente influenti! Dio cioè ha scelto persone che non contano, che non hanno prestigio nella società, persone che non sono le più adatte ad attirare gli uomini che contano, a far loro capire il grande dono della salvezza che Dio offre agli uomini. e come ha scelto la croce per la salvezza degli uomini, così ha scelto persone che non contano per estendere questo messaggio. Del resto, Gesù aveva scelto una dozzina di pescatori e… peccatori, come il pubblicano Matteo, affidando loro una missione per tutte le genti! vedi Mt 28,19-20). Paolo, tutto preso da questa idea, si accalora e calca sulle parole: Dio sceglie ciò che è stolto…, ciò che è debole…, ciò che è ignobile e disprezzato, per confondere ciò che secondo la carne (cioè, secondo il modo di ragionare e di valutare del mondo) è sapiente, forte, nobile…, e compiere così il suo disegno di salvezza. Lo scopo di Dio però non è quello di umiliare, disprezzare l’uomo, ma quello di fargli comprendere che la salvezza è e non può essere altro che un dono suo, non una conquista umana. e se è un dono, il più grande Dio possa fare, significa che Dio ama l’uomo e vuole portarlo a rendersi conto della sua condizione di creatura che ha tutto da Dio a cominciare dall’esistenza.

Detto questo, dobbiamo aggiungere che questa scelta di Dio non significa che egli disprezza quelle che possiamo chiamare le “ricchezze umane” (cultura, nobiltà, ricchezza economica…), così come questa scelta non significa che Dio esalta quelle che possiamo chiamare le “miserie umane” (l’ignoranza, la miseria economica, gli strati inferiori della società…). Le condizioni oggettive, di fatto, in cui le persone si trovano a vivere, non sono in se stesse né un privilegio, né un handicap! È per mostrare questo che Paolo valorizza gli “sfortunati” secondo il mondo; egli vuol dire che non c’è nessuno escluso in partenza dalla salvezza, come non c’è nessuno che in partenza ne abbia la garanzia. Se la maggior parte dei cristiani di Corinto era di umile condizione, c’era qualche persona che contava, come tizio Giusto (At 18,7), un benestante che aveva ospitato Paolo, Aquila e Priscilla titolari di un’azienza di tessitura, che lo avevano assunto (At 18,1-3), erasto “tesoriere” della città, forse una specie di assessore alle finanze (cfr. rom 16,23). Del resto, nelle stesse condizioni c’è chi accoglie e chi rifiuta la salvezza di Dio: ricordiamo il diverso comportamento dei due “ladroni”, ambedue in croce accanto a Gesù (cfr. Lc 23,39-43). La salvezza è offerta a tutti e tutti devono sentirsi poveri di fronte a Dio, e ignoranti, incapaci e insufficienti in tutto… (come ci ricorda il nostro Beato Fondatore nella preghiera “Segreto di riuscita”!).
Si può dire che i poveri, gli umili, i piccoli sono istintivamente più disponibili ad accogliere un dono, un beneficio e quindi sono i preferiti di Gesù e del Padre (cfr. Mt 11,25-26), mentre chi è ricco istintivamente si sente più autosufficiente e magari potrebbe pensare di potersi “comprare” anche la salvezza… con qualche elemosina e donazione, senza preoccuparsi tanto di come vive! nessuno quindi può vantarsi di niente, nel campo della salvezza, come se potesse procurarsela da se stesso; può invece, anzi deve, vantarsi nel Signore Dio perché da lui ha ricevuto tutto «per mezzo di Gesù Cristo che è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione ». Paolo riassume in queste quattro parole, tutte di derivazione biblica, i doni che formano la nostra salvezza: 1) la sapienza, che è il tema di cui sta parlando in questa prima sezione della lettera (cc. 1-4), ha una lunga tradizione nella Bibbia (i libri sapienziali) e indica globalmente la via da seguire nell’orientare la propria condotta pratica secondo la parola di Dio; ora la sapienza che ci indica la via di Dio è solo Gesù Cristo, con la sua parola, la sua vita, la sua fedeltà alla missione affidatagli dal Padre fino a morire sulla croce. 2) La giustizia, nel senso paolino, possiamo descriverla come la grazia che ci inserisce nel progetto di Dio su di noi, che è quello dell’uomo che egli aveva creato e collocato nel paradiso, felice dell’amicizia col suo Creatore. Questo progetto, rovinato dal peccato di Adamo e dai peccati dei suoi discendenti, è nuovamente possibile realizzarlo con la grazia di Cristo.
3) La santificazione è l’appartenenza totale a Dio di tutto il nostro essere. Secondo la mentalità dell’At una persona, una cosa erano considerate sante perché appartenevano a Dio in quanto erano riservate al culto divino. il Figlio di Dio assumendo la nostra natura l’ha santificata totalmente per cui non c’è più distinzione tra sacro e profano: tutto il nostro essere in forza del battesimo appartiene a Cristo e a Dio. 4) La parola redenzione indicava soprattutto la grande liberazione di israele dalla schiavitù d’egitto; per il cristiano significa la liberazione dal peccato; ma Paolo la usa per indicare la liberazione definitiva di tutta la persona da ogni schiavitù e questo si realizzerà quando saremo finalmente figli di Dio a somiglianza del Primogenito, cioè del Cristo risorto. Perciò Paolo ci ricorda che «l’ultimo nemico ad essere sconfitto sarà la morte » (1Cor 15,26) e che ora «attendiamo la nostra adozione a figli (di Dio), cioè la redenzione del nostro corpo» (rom 8,23).

«ANCH'IO, FRATELLI … FUI IN MEZZO A VOI NELLA DEBOLEZZA » (2,1-5)

È il secondo esempio che Paolo porta ai suoi corinzi per mostrare la coerenza logica del modo di procedere di Dio che salva l’uomo con mezzi apparentemente insufficienti e inadatti. ricordiamo che Paolo era giunto a Corinto dopo l’insuccesso di Atene. Forse aveva nutrito l’ambizione di fondare una bella comunità cristiana che testimoniasse il vangelo di Gesù Cristo nella città simbolo della cultura e della sapienza umana (filosofia, letteratura, teatro, arti figurative…); gli pareva un trionfo quasi dovuto alla parola di Dio e un dovere della sua missione apostolica! e invece… niente di tutto questo. rimasto solo, poiché aveva mandato Sila e timoteo a visitare la comunità di tessalonica, si avvia a Corinto, arrivandovi stanco e abbattuto, «in uno stato di debolezza, di timore e di trepidazione » (2,3), tanto che ha avuto bisogno di essere rianimato da Gesù stesso (At 18,9-10). Paolo, annunciatore del vangelo di Cristo crocefisso, sente di dovergli assomigliare, di portare in sé le “stimmate”, cioè i segni della sofferenza di Cristo (Gal 6, 17), di essere una sua immagine vivente. e a Corinto Paolo, lasciata ogni preoccupazione di trovare parole che attirassero l’attenzione e l’ammirazione dei suoi uditori, iniziò a parlare, dove e come potè, semplicemente di Gesù crocifisso. e a Corinto, città più o meno malfamata, ambiente di schiavi, operai, scaricatori di porto, Paolo trova chi lo ascolta – forse a cominciare dagli operai che lavoravano con lui nell’azienda di Aquila e Priscillaa – e si forma una numerosa e vivace comunità. Si era avverata la promessa del Signore Gesù a cui accennavamo sopra. Paolo parla di “potenza dello Spirito” all’opera nella formazione della comunità, ma ciò non significa in modo inequivocabile che egli abbia compiuto qualche prodigio visibile; più probabilmente intende riferirsi all’opera dello Spirito Santo nei cuori dei suoi ascoltatori, dato che il suo modo di parlare, la sua stessa persona, forse anche il fatto di essere giudeo in mezzo a greci, ma soprattutto il messaggio che annunciava, non lo rendevano particolarmente attraente e persuasivo così da attrarre alla fede cristiana gli ascoltatori di Corinto. Allora non erano stati degli argomenti umani che avevano convinto i cristiani ad accogliere la fede, ma la grazia e la luce dello Spirito che accompagnava le parole per quanto dimesse dell’Apostolo. e anche questo era un segno per Paolo e per i corinzi della logica con cui Dio procede nella salvezza dell’uomo: da questa comunità, formata da persone che non contano per il mondo, il messaggio di Gesù e la sua grazia che salva si diffonderanno alla città e alla regione, con la fatica e l’umiltà degli apostoli e con la forza dello Spirito.

«TUTTAVIA NOI … PREDICHIAMO LA SAPIENZA DI DIO » (2,6-16)

A questo punto, al v. 6, Paolo sembra cambiare registro, rispetto a quanto aveva detto fin’ora. ora egli ci tiene a dire che anche per il cristiano c’è una sapienza, che è la conoscenza del “mistero cristiano”. L’affermazione di base, catechistica potremmo dire, che sta al fondamento della fede cristiana, – e cioè che “Cristo è morto per i nostri peccati, è risorto al terzo giorno ed è apparso…” – Paolo la richiamerà esplicitamente in questa lettera (15,1-5). Ma essa è al centro di tutto un progetto di Dio, misterioso perché nessuno ha mai potuto neppure immaginarlo, un progetto che in Dio non può essere che eterno, e un progetto che ha di mira la nostra gloria, cioè una vita eterna pienamente felice con Dio, per l’uomo, immagine di Dio. Si tratta quindi di un progetto che scaturisce dall’amore per noi, un progetto che i sapienti e potenti di questo mondo non hanno potuto conoscere, perché se l’avessero conosciuto non avrebbero condannato alla croce “il Signore della gloria”, il Cristo ora glorioso. Qui Paolo, richiamando il fatto storico della morte di croce di Gesù, pensa alle autorità giudaiche e romane (“i prìncipi di questo mondo”, v. 8) che ne sono state responsabili. Qualche studioso pensa che Paolo si riferisca anche ai demoni (Gesù chiama il demonio “prìncipe di questo mondo”; Gv 14,30) che avrebbero istigato i potenti della terra a eliminare Gesù Cristo. Questa sapienza vede in Cristo il perno di tutta la storia dell’umanità come si manifesta nella rivelazione, fissata nelle sacre Scritture. esse sono frutto dello Spirito di Dio che le ha ispirate e le fa comprendere nel loro insieme. Paolo, alunno del grande maestro Gamaliele, aveva già imparato a conoscere la Scrittura nelle sue parti e nel loro insieme; ma solo quando Gesù gli si è manifestato sulla via di Damasco ha potuto penetrare nel mistero di Dio e apprendere la sua sapienza misteriosa, perché ha visto in Cristo il centro del progetto di Dio per l’uomo, che Paolo chiama “il mistero”. Paolo accenna alla fase finale di questo progetto mettendo insieme alcune parole del profeta isaia: «Quel che occhio non vide, né orecchio mai udì, né mai cuore d’uomo ha potuto afferrare, ciò che Dio ha preparato per quelli che lo amano» (is 64,3; 65,16; 40 13). La stoltezza della croce appare quindi una specie di “porta stretta” per la ragione umana, che sarà sempre impotente a penetrare nel mistero di Dio con le sue sole capacità; ma se accoglie ciò che Dio rivela mediante Cristo potrà entrare nell’ampio mistero dell’amore di Dio, che è all’opera da prima della creazione del mondo per preparare la felicità perenne a quanti lo amano, cioè a quanti hanno accolto il mistero di stoltezza e di ignominia che è la croce perché hanno compreso che è un mistero di amore che non teme di arrivare troppo in basso: la suprema umiliazione di Dio è per la salvezza, la felicità e la gloria dell’uomo! Paolo darà un grande saggio di questa sapienza soprattutto nella lettera ai romani e nelle lettere ai Colossesi ed efesini. egli dice di poter parlare di queste cose solo con cristiani “spirituali”, cioè con chi, mediante lo Spirito, è diventato adulto e maturo nella fede e non si accontenta, diremmo noi, del semplice catechismo. Ma Paolo non divide i cristiani in due categorie, perché tutti hanno ricevuto lo Spirito nel battesimo, ma non tutti, o non tutti allo stesso modo, hanno sviluppato il germe della fede deposto in loro. non ci sono quindi nel cristianesimo dottrine “esoteriche”, nascoste e tramandate di nascosto a qualche cerchia ristretta di iniziati. Gesù ha promesso lo Spirito ai suoi apostoli, e quindi alla chiesa, perché potessero comprendere meglio, più compiutamente ciò che egli aveva comunicato a loro con la sua parola (cfr. Gv 14,25-26; 16,12-13). L’uomo “naturale”, che si fida solo della sua ragione, non comprende nulla di tutto ciò, per lui queste cose sono una follìa, come diceva Paolo all’inizio del suo ragionamento parlando della croce di Cristo (1,22-24). egli lo chiama uomo “psichico” nel senso che si lascia guidare solo dalla sua “psiche”, cioè dalla sua anima o ragione unicamente naturale. Solo chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio può valutare giustamente cose e persone, mentre l’uomo naturale non può perché non può comprendere.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE

1) Dopo aver letto adagio e attentamente il brano proposto alla riflessione (1Cor 1,26 -2,16) e il relativo commento, quale frase di Paolo ti ha colpito maggiormente e invitato a pregare?

2) Di fronte a difficoltà, a situazioni penose, riesci a riflettere in termini di fede, ricordando come s. Paolo si comporta di fronte alle sue croci?

3) Cerco di entrare nel mondo della sapienza di Dio per avere una visione più serena della mia vita e affidarla nelle mani del Padre? NB. il brano 2,1-16 è stato scelto come lettura biblica nell’ufficiatura per la festa del B. Giacomo Alberione.

D. Antonio Girlanda ssp

 

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